Nuovo romanzo · Roma, 1955
Noi siamo
liberi.
Ci sono storie che non chiedono di essere raccontate: resistono al silenzio finché qualcuno non trova il coraggio di ascoltarle.

La storia
Essere liberi non significa semplicemente uscire da una prigione.
Roma, 1955.
L’Italia prova a rialzarsi dalle macerie della guerra. Ma nelle strade più povere della Capitale il dopoguerra significa ancora fame, miseria e giorni in cui anche un paio di scarpe può essere un lusso.
Alberto non ha quasi niente. Eppure è felice.
Perché ha una madre, un padre e una casa in cui tornare. Una famiglia poverissima, certo, ma abbastanza ricca da fargli credere che, finché saranno insieme, nulla potrà davvero fargli del male.
Poi, improvvisamente, tutto scompare.
Rimasto solo, Alberto viene affidato a un orfanotrofio. È ancora un bambino quando scopre un mondo fatto di privazioni, umiliazioni e silenzi. Possiede un solo paio di scarpe, pochi vestiti e nessuno a cui raccontare ciò che accade quando le porte si chiudono.
Gli anni passano, ma certe ferite non crescono insieme a noi: rimangono ferme nel punto esatto in cui sono state inferte.
Quando finalmente lascia l'istituto, Alberto è libero soltanto sulla carta. Porta con sé una rabbia che non sa nominare e un passato dal quale cerca disperatamente di fuggire. La strada, la droga e l'autodistruzione sembrano diventare l'unico posto possibile per un ragazzo al quale la vita ha insegnato troppo presto a non aspettarsi niente.
Finché qualcuno entra nella sua vita.
E, per la prima volta dopo molti anni, Alberto intravede la possibilità di diventare un uomo diverso da quello che il suo passato sembrava aver già deciso per lui.
Ma essere liberi non significa semplicemente uscire da una prigione.
A volte la prigione ce la portiamo dentro.
Noi siamo liberi è la storia di un bambino diventato uomo troppo presto, di una vita trascorsa a cadere e rialzarsi, dell'amore che può salvarci e delle ferite che possono continuare a reclamarci anche quando pensavamo di averle sconfitte.
È un romanzo sulla povertà, sull'abbandono, sulla dipendenza e sul bisogno disperato di essere amati.
Ma soprattutto è una domanda:
quanto del nostro destino possiamo davvero cambiare?







Il racconto continua
Nuova scena










«La sfortuna non lascia scappatoie» disse il capitano con profonda amarezza. «Sono nato figlio di puttana e morirò figlio di puttana.»
— Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine
«...perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra»
— Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine
